L’Atlante delle identità

October 16th, 2008

Un Atlante delle identità non risolve i problemi del territorio, è solo uno strumento per una ‘navigazione’ più consapevole, o forse anche altro. L’Atlante è il racconto di un’esplorazione, come la figura mitica da cui prende il nome, sostiene la realtà e la tiene insieme, la inserisce in una visione coerente, le fornisce senso. Appunti di metodo per la lettura e il racconto del territorio.

L’identità è associata di solito agli individui. Ciascuno ha un’identità in ragione della propria diversità dagli altri. Non esiste identità senza diversità.
Il primo elemento d’identità che si manifesta è l’immagine che ciascuno mostra esteriormente, ma la vera identità si manifesta solo attraverso il racconto di sé ad altri, attraverso i comportamenti e attraverso la relazione.
Il racconto di sé è legato alla memoria delle esperienze vissute che hanno alimentato la propria diversità. Quando un individuo, per un trauma o una malattia, perde il contatto con la propria memoria, perde anche la consapevolezza della propria identità. La memoria è fondamentale per la percezione dell’identità. Ecco perché il primo passo nella ricerca di una identità è un passo indietro, in direzione della memoria.
Anche le cose e i luoghi hanno un’identità. È sufficiente avere la curiosità e la sensibilità per “osservare” e ritrovarvi i segni del tempo, le tracce lasciate dagli eventi e dagli uomini, i “documenti” di varia natura che ci consentono di ricostruirne la storia e la diversità nei confronti di altre cose e di altri luoghi.
Se ogni territorio ha dunque un’identità ed è sufficiente “osservarlo” per riconoscerla, perché parliamo di crisi d’identità in relazione a gran parte dei territori urbani contemporanei? Siamo forse in presenza di una forma di amnesia, una perdita di contatto tra il presente, complesso e disarticolato, e la memoria, dei luoghi e degli individui che li abitano? E se è così, qual’è il trauma o la malattia che è causa di questa amnesia?

La crisi d’identità  In una realtà complessa come quella degli ambienti umani di oggi, molte sono le cause della perdita d’identità. I traumi che producono amnesie sono numerosi.
La destrutturazione dei territori. La struttura fisica delle città e dei territori circostanti non è più legata all’organizzazione della produzione, come è stato per tutta l’era moderna. Le “zone industriali” si frammentano e si distribuiscono ovunque aree e infrastrutture abbiano un costo inferiore. Le zone “commerciali” non hanno più bisogno del “centro” della città e si posizionano fuori da essa, lungo vie di comunicazione con i “bacini” di utenza.
La mobilità individuale di massa. Tutti possono andare ovunque; la residenza non è più legata all’intorno del posto di lavoro. I territori, anche quelli marginali, sono attraversati da flussi continui di mobilità (traffico).
I media di massa. Il luogo di residenza e le relazioni non sono più la principale fonte di conoscenza degli individui; i media, che hanno raggiunto la massima diffusione, sostituiscono la propria “memoria” a quella generata dall’esperienza. La nuova “memoria” è, per sua natura, esterna e deterritorializzata.
La virtualizzazione e la globalizzazione dell’economia. L’economia ha sempre meno bisogno di spazi fisici per esprimersi, eccetto che per funzioni istituzionali o di immagine. Le città e perfino le nazioni perdono la rilevanza e la capacità di “controllo” degli eventi economici che pure le riguardano.
I flussi migratori di massa. Le guerre, le difficili condizioni di vita di molte aree geografiche, calamità di varia natura, non ultime quelle imputabili ai cosiddetti mutamenti climatici, generano grandi movimenti migratori verso i paesi più ricchi. Le città occidentali si trovano oggi a fronteggiare fenomeni nuovi, dovuti al confronto/scontro diretto di culture, tradizioni, memorie diverse e con scarsi legami con il luogo.
Dall’azione combinata di questi fenomeni, i contesti umani escono profondamente modificati nella configurazione fisica e nella funzione. Nel giro di pochi anni il territorio urbano è diventato uno spazio irriconoscibile alla stessa memoria degli individui che lo abitano.
Un Atlante delle identità non risolve i problemi del territorio, è solo uno strumento per una “navigazione” più consapevole, o forse anche altro. L’Atlante è il racconto di un’esplorazione, come la figura mitica da cui prende il nome, sostiene la realtà e la tiene insieme, la inserisce in una visione coerente, le fornisce senso. L’Atlante delle identità è uno strumento oggi utile per conoscere il proprio ambiente e se stessi e contrastare le amnesie sempre più diffuse e ricorrenti.

Il viaggio come metodo  Due sono dunque le fasi più importanti nel progetto di un Atlante dell’identità: quella della memoria e quella del racconto, ovvero la fase della ricerca e la fase della creatività.
Indagare l’identità di un territorio è un viaggio che presume un percorso di andata, di conoscenza, attraverso cui cerchiamo di entrare in contatto con il presente e con la memoria del territorio, ed un percorso di ritorno in cui colleghiamo insieme i frammenti trovati, i dati, le annotazioni, le immagini, le sensazioni, le emozioni, che ci consentono di raccontare e condividere la nostra “scoperta”. Una esplorazione infatti non ha senso senza racconto, così come senza racconto non esiste identità.

Leggere il territorio  La curiosità è la prima motivazione di ogni ricerca, non può mancare tra gli strumenti del designer che si accinge ad esplorare un territorio. E non può mancarvi un atteggiamento aperto e disposto all’ascolto. Essere concentrati su sé stessi e sul proprio progetto non è di grande aiuto e impedisce di vedere, di sentire, di entrare realmente in contatto con i luoghi e le persone.
Importante è la scelta dei percorsi. Ogni itinerario, attraverso gli spazi e le situazioni che vi si possono osservare, racconta una storia diversa.
È molto utile inoltre ricorrere a tecniche e procedimenti per aumentare il livello di attenzione, ad esempio i cambi di velocità. È diverso percorrere una strada in auto o a piedi o in sella ad una bicicletta. È diverso il campo visivo, è diverso il numero di informazioni che siamo in grado di raccogliere ed il coinvolgimento emotivo.
Quello che però è più utile, durante la ricerca, è il racconto a se stessi. La tradizione dei grandi viaggiatori classici, dei flâneur ottocenteschi, dei situazionisti alla “deriva” degli anni ‘50, ci ha lasciato innumerevoli esempi e suggerimenti per l’autoracconto. Diari e quaderni di viaggio, possono diventare non solo annotazioni e abbozzi di idee da sviluppare, ma possono avere un valore autonomo di testimonianza, diventare essi stessi significazioni di una identità riconosciuta.

Raccontare il territorio  Nella realtà quotidiana non mancano certo le informazioni, le emozioni, le percezioni. Quello che spesso manca è invece la capacità di trovare, tra i diversi elementi, i collegamenti che consentono di costruire “spiegazioni” accettabili. Manca quella che potremmo definire creatività. È questo dunque il compito del designer della comunicazione, fornire la creatività necessaria per ricostruire il racconto dell’identità. Ma in che modo? E cos’è in realtà un Atlante dell’identità di un territorio? Di cosa è fatto? Quale medium e quale linguaggio utilizza?
È difficile rispondere a queste domande senza avere prima intrapreso il viaggio. I lavori documentati in questo portale sono degli esempi di risposte possibili.

Vincenzo D’Abbraccio
Politecnico di Milano

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